Il 25 maggio in Venezuela si sono svolte le elezioni parlamentari e governative.VEN68

È il 32° processo elettorale da quando Hugo Chàvez ha dato il via alla Rivoluzione Bolivariana: il processo di trasformazione radicale della società venezuelana che ha cambiato il corso della storia del paese e la vita dei suoi abitanti, ha cambiato gli equilibri del continente e rappresenta un importante riferimento politico-sociale per il mondo intero.


In base ad accordi internazionali, l’intero evento è stato seguito da circa 300 osservatori internazionali, tra i quali una delegazione di italiani, composta da politici, giuristi, attivisti, accademici, giornalisti...
Riceviamo e pubblichiamo alcune testimonianze.

LA PRIMA VOLTA A CARACAS
di Stefania Frasca

ven015Incontrare per la prima volta Caracas, in questa occasione speciale per cui ringrazio il PSUV dell’opportunità concessa, è stato tanto
interessante quanto importante per me, sia come compagna che come architetta quale sono.
Cinque giorni di occhi sgranati, sensi aperti e tante riflessioni.
Cinque giorni per credermi e ricredermi, stupirmi, scandalizzarmi, avere conferme e accogliere tutto ciò che vedevo, combattere le mie ritrosie
ad accettare la storia che questa città mi stava raccontando, a volte meravigliosa a volte triste in cui da europea ho dovuto, per forza di cose,
ritrovarmi coinvolta.
Sono arrivata con un bagaglio di documentari sulla storia del Venezuela intramezzati da video di youtubers che promuovono la città come la più
pericolosa del mondo, pronti a sfidarla e orgogliosi di esserne usciti incolumi.
Sono arrivata di sera, quindi ho potuto iniziare a guardarla solo il mattino successivo.
Dal pullman che ci portava dall’albergo al Teatro Principal per assistere al primo incontro con i rappresentanti internazionali, dal finestrino
Caracas si è presentata come un’infinita sequenza di basse costruzioni e grattacieli decadenti in cemento armato alternati ai nuovi edifici vetrati
e luminescenti, al di sotto dei quali la vita quotidiana scorre nel più classico dei modi. Autobus affollati, negozi, mercati, persone che corrono
altre che passeggiano con i cani … al primo sguardo niente mi sembra pericoloso piuttosto in terra non vedo nessuna cartaccia a terra, nessun
manifesto strappato e logoro sui muri, aiuole e alberi curati, tutto è pulito, segno di una cittadinanza che ama e cura la città in cui vive, che non
sente l’esterno diverso dall’interno.

Scesi dal pullman abbiamo raggiunto Plaza Bolivar a piedi, facendo un primo giro tra le vie del centro, guidati dagli attenti e giovani
accompagnatori che ci hanno assistito durante tutta la nostra permanenza in città, e qui ho trovato edifici in stile coloniale, sicuramente più
vicini al mio occhio, ma testimoni di un altro epoca in cui europei hanno dettato regole, anche estetiche, al paese. All’angolo della piazza, una
Esquina Caliente, un presidio politico permanente del processo rivoluzionario in atto, che ci viene raccontato poi dai vari interventi nel teatro,
assieme alla spiegazione dettagliata del sistema elettorale venezuelano.

ven013Già dalle prime slide, impossibile non confrontarlo con quello dell’Italia, il mio paese, assolutamente non digitale, sotto la giurisdizione del
Ministero degli Interni, da sempre corruttibile e di non facile controllo riguardo a possibili brogli.
Il sistema mostrato rende evidente come le informazioni giunte in Europa rispetto ai brogli alle elezioni presidenziali siano frutto di una
propaganda mediatica menzognera e lontana dalla realtà, considerando inoltre l’assenza di un ricorso ufficiale da parte dell’opposizione per la
riconta dei voti. La sera in tv seguo alcuni programmi elettorali e mi appare sempre più certo che sono ospite di un paese in cui il dibattito
politico è vivo e avviene tutti i giorni davanti agli occhi di tutti, in cui l’attuale opposizione, quella che decide di confrontarsi e di non astenersi
dalla candidatura, sia dentro il processo democratico, tanto da vincere nello stato di Cojedes.
ven012Della dittatura tanto declamata dai media internazionali, qui non sento traccia e la stessa sensazione la provo camminando l’intero pomeriggio
tra centro e periferia, nel bellissimo Parque Generalísimo Francisco de Miranda, ora gratuito e aperto a tutti i caraqueños, che li vedo ballare,
giocare, banchettare, passeggiare in estrema libertà e serenità.
La sera stanchi ci ritiriamo in albergo dove che ci viene comunicato che fino al giorno dopo le elezioni non ci verrà servito alcol e che non lo
troveremo in vendita in nessun negozio della città. Dopo il primo vacillamento, una buona birra nella fresca serata avrebbe fatto piacere, rifletto
su questa ordinanza: in Italia sarebbe ragione di proteste sulla libertà personale e quanto altro, nascondendo la realtà di una politica sempre
più lontana dalla quotidianità, dall’azione e dalla pratica, dell’individualismo sempre più diffuso, per cui le logiche personali surclassano quelle
degli altri e una visione comune di intenti e vita collettiva è tutta da ricostruire.
Al di là delle ragioni per cui si è istituita, richiedere di vivere le giornate elettorali con lucidità e presenza, distinguerne la quotidianità dal resto
dell’anno vuol dire sottolineare il momento, rimarcarlo, ricordarne l’importanza.
Il giorno delle elezioni, dalla mattina presto, iniziamo a visitare i seggi elettorali, prima nella città militare, poi in due due distinti quartieri della
città.
ven011Siamo scortati, con estrema discrezione, da giovanissimi poliziotti, che con estrema serietà ma accoglienti fanno il proprio lavoro, incoraggiati
forse dai messaggi sulle maniche a vento in cemento viste durante il viaggio e che annoto: Questo è il momento della lealtà, del compromesso,
del sacrificio, del coraggio, del valore, della disciplina.
Il sistema elettorale è quello che ci hanno presentato il giorno prima, computer, impronte, controllo delle cedole etc. In tutte le scuole che
visitiamo possiamo girare tra le aule, le televisioni registrano e intervistano il politico di turno che vota in quel seggio e che fa il suo intervento
davanti alle telecamere. Le persone in fila ordinate entrano ed escono. I seggi sono controllati dalla polizia. Le persone che vogliono sapere chi
siamo si avvicinano e scambiano chiacchiere. Una giornata di voto normale, senza tensioni o situazioni ambigue.
Durante tutti gli spostamenti, dal pullman continuo ad osservare e riprendere Caracas, ora mi appaiono i nuovi edifici costruiti per far fronte
all’emergenza abitativa, ancora grattacieli in cemento armato, ma questa volta rifiniti, colorati, senza le sbarre di ferro o le recinzioni
elettrificate, che in tutto il Centro consolidato ricordano l’alta criminalità di un tempo, oggi ridotta in grandissima percentuale.
Sui muri di contenimento delle strade, su alcuni edifici o alcune recinzioni, in periferia come in centro, i murales.
ven010Tanti, colorati, articolati, che raccontano di Simone Bolivar, di Chaves, festeggiano Maduro, le relazioni con altre nazioni, come Russia e Iran,
riassumono i progressi negli anni, la ricostruzione della storia di un popolo attraverso l’arte di una comunità che vuole imprimere in maniera
permanente il processo in atto, che nel murales di fronte alla tomba di Chaves, riassume maniera disarmante le basi della rivoluzione: Amor con
amor se paga.
ven009Per raggiungere l’ultimo seggio elettorale, siamo saliti con il pullman in una via strettissima, in cui a destra e sinistra ci sono costruzioni e
costruzioni, superfetazioni, ferri scoperti, muri grezzi, plastiche per coperture, fili arrotolati, cavi scoperti. Ne usciremo a retromarcia, sotto una
pioggia scrosciante, solo grazie alla maestria dell’autista.
Questa è la Caracas che cresce su tutte le montagne intorno alla valle fatta di grattacieli, stanze dopo stanze, soffitti che divengono pavimenti.
Una Petra, una Matera venezuelana, che ha avuto la sfortuna di non avere tufo nel sottosuolo da scavare, per renderla solida e monocolore.
Nella scuola di questo quartiere popolare, l’accoglienza è emozionante, donne del quartiere fuori dal seggio inneggiano, ci si applaude a
vicenda, ci invitano ad entrare e ci raccontano le loro pratiche, la loro politica quotidiana, si sente più vicina la partecipazione delle persone al
processo rivoluzionario di cui sono il centro, l’inizio e il fine.
ven008La notte, verso l’una, arrivano i risultati, il sistema elabora i dati in pochissimo tempo.
La polemica sull’astensionismo subito impazza, ma non cambia i risultati. Ha votato più del 40 % della popolazione, nonostante l’invito
all’astenersi, e le immagini mostrano un parlamento per la stragrande maggioranza rosso e la mappa del Venezuela anche tranne per uno stato.
Ancora una volta, il paese che vota ha deciso di continuare a sostenere la coalizione di Maduro, di credere nella patria socialista che si sta
costruendo.
Il giorno dopo siamo liberi di fare i turisti, si passeggia,
qualcuno compra souvenir nei negozi, su uno di questi c’è un
grande adesivo con la scritta SANCIONADO per aver evaso i
tributi dovuti. Lo invio ai miei amici italiani e tra battute
sull’evasione nel nostro paese, si applaude il fatto che sia
un’informazione resa pubblica, in quanto come ricorda il
cartello stesso pagare le tasse significa investire nel proprio
paese e sapere chi non contribuisce vuol dire poter scegliere
un altro negozio, rendere il fatto in sé motivo di disonore,
essere monito per altri. Patria Socialista o Muerte. Venceremos
chiude il cartello.
ven007Nel mio ultimo giorno visitiamo la tomba di Chaves e assistiamo alla diretta televisiva di Maduro +, il programma in cui il presidente
settimanalmente invita ospiti e giornalisti per un confronto sull’attualità e dove si promuovono le iniziative del governo. Questa puntata è
dedicata alle elezioni ovviamente, e sono presenti tra gli altri, alcuni candidati e governatori eletti. Quello che colpisce è la grande capacità
comunicativa del presidente attraverso la semplicità del linguaggio politico e la pratica nella programmazione e dei progetti.ven001
In pullman verso l’aeroporto, vedo Caracas estendersi attraverso la sua favelas sui territori intorno, centinaia e centinaia di case che occupano
ettari di montagna. Un monumento vivente alla comunità, la vera anima pulsante della città, il suo futuro.

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CON I MIEI OCCHI

di Aimone Spinola

Al nostro arrivo a Caracas ci ha accolto il solito mite clima primaverile ed una squadra di gentili e sorridenti giovani accompagnatori che ci hanno portato al nostro albergo nel centro della città.
Dal bus ho avuto il piacere di notare una città curata, più pulita e meno caotica del solito. Questa sensazione mi sarà poi confermata dagli stessi caraqueñi di ogni quartiere, che riconoscono un netto miglioramento della vivibilità, a prescindere dalle tendenze politiche od estrazioni sociali.

Lo stesso Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, aveva recentemente elogiato il crollo del tasso di criminalità di quella che un tempo era una delle città più pericolose al mondo.
Sebbene non fosse un commento di parte (almeno non certo dalla parte delle istituzioni e del governo venezuelano), volevo verificare di persona il contesto in cui si sceglievano governatori e deputati nella Patria di Bolivar.
Ammetto che vedere famiglie con bambini giocare in Plaza Venezuela, Parque Central, Plaza Bolivar, Parque del Este anche fino a tarda notte, fino a qualche anno fa non era un fatto scontato e mi ha favorevolmente colpito.
Ogni dubbio mi è stato infine fugato dai tassisti frequentati nei giorni successivi che ora sono più sereni e girano per la città senza il timore di essere aggrediti per pochi soldi come un tempo.
Il primo giorno la nostra agenda prevedeva un incontro nel Teatro Central di Caracas con rappresentanti delle Istituzioni e del CNE (il Consiglio Nazionale Elettorale) che ci hanno spiegato dettagliatamente il meccanismo di votazione e conteggio dei risultati. Un sistema completamente automatizzato, rapido e sicuro, confortato dal riscontro cartaceo, che garantisce in ogni fase la correttezza del processo, la certezza e la rapidità del risultato, e l’impossibilità per chiunque di impedire che si manifesti l’effettiva volontà degli elettori, come dovette ammettere l’ex Presidente USA, Jimmy Carter, che lo definì il miglior sistema elettorale del mondo (un altro che non poteva certo essere considerato un filo chavista).

VEN10VEN24VEN26Non mi soffermo sugli aspetti tecnici che ci hanno dettagliatamente illustrato rispondendo a qualsiasi domanda in merito, e che prevedono comunque protocolli di sicurezza sui dati criptati accessibili solo alla presenza di tutte le parti politiche in causa, che sono ognuna in possesso di parti delle chiavi di accesso ai dati, visibili quindi solo alla presenza di tutti i rappresentanti, combinando le proprie password.
Se penso alla nostra matita nella cabina elettorale…

Dopo una giornata di libertà, in cui abbiamo potuto apprezzare le bellezze della città in totale autonomia, entrando in negozi, bar, ristoranti, supermercati, parchi e musei (questi ultimi gratuiti sempre per tutti), è finalmente giunto il giorno delle elezioni.
Fin dalla mattina presto ci hanno diviso in vari stati e province ed in piccoli gruppi abbiamo visitato più seggi elettorali. Nei centri delle città piccole e grandi, nelle periferie, nelle province più remote dell’interno del paese e sulla costa.
Personalmente ho visitato 4 centri elettorali, alcuni più partecipati con lunghe code sin dalla mattina, altri meno intasati, anche grazie alla velocità del processo di votazione che generalmente non dura più di un paio di minuti tra l’ingresso dell’elettore al seggio, la presentazione del documento con verifica biometrica, l’ingresso in cabina con lo schermo tattile per indicare le proprie preferenze di voto, la verifica dello stesso sullo scontrino cartaceo prodotto dal sistema a garanzia della correttezza del voto, l’inserimento nella cassa per il successivo riconteggio a conferma del risultato ed una firma alla conclusione. Ci vuole più a dirlo che a farlo!

Tutto si è svolto in un clima sereno e tranquillo, un po’ più vivace nelle zone popolari dove gruppi, piccoli e grandi, di sostenitori del governo organizzavano spontanee manifestazioni allegre e festose anticipando i festeggiamenti di un risultato di cui si sentivano certi.
Quando venivano a conoscenza della nostra funzione (osservatori internazionali) ci circondavano chiedendoci di raccontare la verità, di tornare nei nostri paesi e spiegare che in Venezuela l’unica dittatura che c’è è quella dell’amore, di un popolo che si prende cura di sé stesso e della sua terra, e che non vuole ingerenze straniere.
Sono consapevoli delle contraddizioni e dei problemi di un sistema imperfetto, ma esigono il rispetto della loro volontà e del cammino che hanno deciso di intraprendere, sostenendo un governo che cerca di risolvere i tanti problemi endogeni ed esogeni che la fase impone.

Ci è stato concesso di fare qualunque domanda, di fare foto e video (con la sola eccezione del rispetto della privacy e della segretezza del voto) dentro e fuori dai seggi.
Una giornata intensa e molto diversa da quelle vissute in Italia durante le elezioni, fatta da mesti rituali e radi pellegrinaggi ai seggi con il naso tappato.
Alle 18 i seggi chiudevano con eccezione di quelli che vedevano ancora persone in fila, che sono rimasti aperti fino all’ultimo elettore.
L’affluenza è stata nella norma delle elezioni politiche in Venezuela o poco superiore (circa un milione di elettori in più rispetto alle ultime parlamentari) nonostante l’appello all’astensione di una parte dell’opposizione.
Mentre un’altra parte degli oppositori al governo di Maduro ha partecipato alle elezioni proponendo dei candidati, ed in alcuni casi hanno vinto.

AssembleaI risultati sono infatti arrivati presto, la sera sera stessa con oltre il 93% dei voti scrutinati ed i dati irreversibili.Gov La divisione tra le correnti dell’opposizione hanno spianato la strada all’ennesimo trionfo del processo bolivariano che, con la coalizione di 13 partiti riuniti nel "Gran Polo Patriottico", si è garantito l’occupazione dell’83.42% dei seggi in Parlamento e il governo di 23 stati su 24.
Questi risultati a qualcuno non piaceranno, ma sono evidentemente la sovrana espressione della volontà di un popolo che deve essere rispettata.

Non me l’hanno raccontato, l’ho visto con i miei occhi e l’ho toccato con mano.
Pertanto, difficilmente la propaganda di politici e media avversi al Governo Bolivariano potrà farmi credere alle tante menzogne che raccontano, ma capisco la richiesta dei venezuelani di farci ambasciatori della loro verità quando sento cittadini comuni italiani che, non avendo la possibilità di conoscere di persona quella realtà, si bevono il mix di pregiudizio e bugie propinate e mi guardano con preoccupazione, o quasi ammirati, per essere sopravvissuto al “paese della tirannia”, dove, in realtà, si mangia, si beve, si balla e si lavora con allegria, partecipazione e protagonismo popolare per costruire la Patria sulle orme di Bolivar e Chavez, nonostante i continui attacchi economici, politici, diplomatici, mediatici, militari e paramilitari che puntano a destabilizzare un paese benedetto, ricco di risorse, con la sola colpa di non accettare sottomissioni coloniali e imperialiste.

di Aimone Spinola

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UN ALTRO MONDO E' POSSIBILE
di Rina Spagnoli


VEN46Sono sempre stata convinta che un altro mondo è possibile e Caracas me lo ha dimostrato nei fatti.
Lo stato di benessere che mi accompagna, nel viaggio di ritorno verso Roma capitale d'Italia paese ormai depresso in mano ad un governo fascista , mi da una forza nel credere ancora più fermamente che si possono creare le condizioni per cambiare la situazione e ribaltarla. Il popolo può e deve essere coinvolto e diventare il vero protagonista per il cambiamento.


Gabriella giovane donna di 21 anni che pur con la responsabilità e la fatica di organizzare tutte le persone con idiomi diversi ed esigenze diverse, ascoltava e si prendeva cura di ognuno e di ogni cosa, con serenità e gioia, riuscendo a dare prontamente una risposta ad ogni richiesta.


In Italia sono rare queste qualità specialmente nelle giovani generazioni, chiaramente colpa degli adulti e di chi governa il paese che non vuole un popolo consapevole e tanto meno un mondo di pace e giustizia sociale.
In un liceo ho notato con immenso piacere come, con dei semplici cartelli composti di immagini e scrittura semplice venivano affrontati argomenti importanti. Il bullismo, l'educazione sessuale, cosa significa usare droghe e le conseguenze che ne derivano , ecc. Il fatto che vengano appesi all'esterno delle aule è molto importante, il messaggio va oltre chi vive abitualmente la scuola .

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Mettendo poi ordine nelle mie tasche è apparso un biglietto, il giorno che mi è stato rilasciato non ci avevo fatto caso . Guardo e leggo: "Repubblica Bolivariana del Venezuela Ministero del Potere Popolare per l' Ecosocialismo Museo Corbeta Leander, giorno ora il mio nome e cognome il costo dell'entrata e per finire Buon Vento Buon mare e Benvenuto a Bordo". Straordinario solo questo basterebbe per far capire la cura e l'attenzione che pone il Governo nel messaggio di serenità e pace, sia per il suo popolo che per chi viene da altri luoghi della terra.


Anche il giorno che ci hanno spiegato in maniera accurata, lo svolgimento delle elezioni è stato per me molto importante. Abbiamo poi anche visto dal vivo lo svolgimento all'interno dei seggi.
Premetto che per vari motivi sia di lavoro che politici conosco molto bene il funzionamento del sistema elettorale Italiano. Mi sono sempre dovuta occupare sia della logistica (istituire i seggi e tuttoil materiale), lo svolgimento all'interno dei seggi , fino ad arrivare al ritiro e conclusione delle elezioni.


Pur non avendo dubbi posso sostenere a viva voce che il sistema elettorale adottato dal Governo Venezuelano è molto più sicuro, trasparente, rapido ed efficace del nostro, Chiaramente sarà mia cura riportarlo, in ogni situazione e smentire con ancora più forza le falsità che vengono dette e scritte sui nostri mezzi di comunicazione.VEN55


Chiaramente tanto altro vorrei scrivere, ma capisco che lo spazio non può essere occupato solo dalla mia incontenibile frenesia di raccontare la meravigliosa esperienza.
Prima di concludere però, voglio ringraziare Il Presidente Maduro che ha permesso la partecipazione alla diretta televisiva ed ha illustrato in modo esaustivo la conclusione elettorale.
Un ringraziamento speciale alla Presidente Rander Pena del Partito PSUV che mi ha invitata e dato la possibilità di godere di questa magnifica esperienza.


Un ringraziamento a tutte e tutti le istituzionali e ai collaboratori che hanno reso possibile questo incontro internazionale. Con grande stima ed ammirazione, come diceva il grande Comandante Chavez "Amor con Amore" si paga.

Saluti dalla compagna
Rina Spagnoli

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IL "CHAVISMO" VINCE DI NUOVO IN VENEZUELA
di Marco Consolo

VENMCIn Venezuela sono passati 26 anni da quando il comandante Hugo Chávez è arrivato al governo. E 27 dalla sua prima vittoria elettorale. Da allora si sono svolte la bellezza di 32 consultazioni elettorali di cui 30 vinte dal chavismo.

L’ultima, la numero 32, c’è stata lo scorso 25 maggio, per l’elezione dei governatori dei 24 Stati che fanno parte della Repubblica Bolivariana del Venezuela, i 260 deputati dei parlamenti dei singoli Stati e i 285 deputati nazionali. Alle elezioni del 25 maggio, si sono presentati più di 6.000 candidati in rappresentanza di 54 organizzazioni politiche (36 nazionali) di diverso orientamento. In questa occasione, ancora una volta, il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) si è presentato in alleanza con altri partiti, sotto l’ombrello del Gran Polo Patriottico (GPP). Oltre all’alleanza elettorale, da tempo il chavismo cerca l’unità delle forze della sinistra, pur tenendo conto della loro diversità e del differente peso politico. Nel loro complesso, le forze del cambiamento hanno ottenuto l’82% dei voti, la maggioranza assoluta del Parlamento e 23 su 24 governatori degli Stati, tra cui 5 donne. A questo ultimo proposito, un dato importante è stato il voto delle donne, che dà conto del loro ruolo di direzione di moltissimi organismi di massa e movimenti popolari.

Il Gran Polo Patriottico ha aumentato i voti, superando un totale di 5 milioni e guadagnando circa un milione e trecentomila voti in più rispetto al 2021. Un appoggio che viceversa si è ridotto negli Stati di Barinas, Carabobo, Merida e Tachira, dove rimane forte l’opposizione.

Le divisioni nelle opposizioni

L’unico Stato vinto dalle opposizioni è stato quello di Cojedes e il presidente Maduro si è congratulato con il vincitore, offrendo la sua collaborazione. Lo aveva già fatto nel 2021, con i governatori delle opposizioni che si erano affermati negli Stati di Barinas, Nueva Esparta e Zulia, oggi di nuovo vinti dal chavismo, anche grazie alle loro divisioni.

A differenza dell’unità del Gran Polo Patriottico, come accade da tempo, l’opposizione si è spaccata, tra una parte moderata che ha deciso di partecipare al processo elettorale e quella decisamente golpista, legata a doppio filo agli Stati Uniti, che ha fatto appello al boicottaggio del processo elettorale e che mantiene apertamente la strategia della destabilizzazione.

Non solo. Anche l’opposizione “moderata” di destra, si è presentata divisa. Da una parte la coalizione di Alianza Democrática. Dall’altra, la Red Decide di Henrique Capriles, già candidato presidenziale e governatore dello Stato di Miranda. Recentemente, Capriles è stato espulso dal partito Primero Justicia, vista la sua decisione di partecipare alle elezioni. C’è da segnalare anche la forte presenza di candidature indipendenti, al di fuori delle principali coalizioni, che hanno ulteriormente frammentato il quadro politico.

Al contrario, l’estrema destra golpista di Maria Corina Machado, che ha fatto campagna per il boicottaggio, continua a dare i numeri, come nel caso delle passate elezioni presidenziali del luglio scorso che hanno visto la vittoria di Maduro. All’indomani del voto del 25 maggio, Machado ha rivendicato una presunta vittoria dell’astensionismo: “oltre l’85% dei venezuelani ha disobbedito al regime”. Affermazioni smentite dai dati ufficiali del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), un potere formalmente autonomo dal governo, dove siedono anche rappresentanti dell’opposizione. Infatti, secondo il CNE, dei 21.485.669 aventi diritto al suffragio (su circa 29 milioni di abitanti) ha partecipato il 42,63%. Una differenza non da poco.

Ma al di là della guerra mediatica sui numeri, com’ è naturale l’astensionismo ha diverse ragioni. Prima tra tutte, l’assenza dolorosa di almeno 4 milioni di persone (più di 6 milioni secondo l’opposizione…) che, soprattutto negli anni più duri del bloqueo statunitense ed europeo, sono emigrate dal Paese alla ricerca di migliori condizioni di vita, ma risultano ancora iscritte nell’anagrafe elettorale. Ma anche nei momenti più duri, l’opposizione golpista ha sempre chiesto a gran voce di aumentare “le sanzioni” contro il Paese, incurante del loro impatto sulle condizioni di vita della popolazione. Quello degli emigrati è un dato sempre agitato dall’opposizione per dimostrare “la fuga dalla dittatura di Maduro”, ma di cui olimpicamente si scordano nelle tornate elettorali, per gonfiare l’astensione.

Il secondo motivo è la percentuale di astensione “fisiologica” in questo tipo di elezioni, che vengono vissute come “secondarie” rispetto a quelle presidenziali.

C’è poi da considerare una certa disaffezione alla politica ed alla partecipazione elettorale, presente anche tra la popolazione venezuelana, che mostra segni di stanchezza dopo decine di processi elettorali.

In ogni caso, la destra mantiene una buona base elettorale, e ha guadagnato terreno tra gli indifferenti e i delusi, utilizzando come una clava l’anti-politica, anche grazie ad alcuni errori fatti dal chavismo ed all’arroganza di qualche suo dirigente. La destra golpista ha saputo convincere anche diversi settori popolari, come evidenziato dal secondo posto ottenuto dal candidato di Maria Corina Machado alle presidenziali del 28 luglio scorso. Per il chavismo, sarebbe un grave errore sottovalutare questo dato e nascondersi dietro a un certo trionfalismo.

La prima volta nella Guyana Esequiba

Perla prima volta si è votato anche nella Guyana Esequiba, un territorio che il Venezuela rivendica sin dal 1899 nei confronti della Guyana. Si tratta di un caso che si trascina da più di un secolo nei tribunali internazionali. Il governo bolivariano si è appellato finora alla diplomazia, al diritto internazionale ed alla Carta di Ginevra, ma è servito a poco visto il bottino in gioco (petrolio, oro, bauxite, diamanti, etc.) in questa zona di enormi risorse.

Visti gli scarsi risultati diplomatici (terreno che comunque persegue), l’anno scorso, il governo Maduro aveva promosso un referendum per sancire l’esistenza della Guyana Esequiba come Stato parte del Venezuela, per dare un segnale politico e testare la volontà popolare. Un referendum stravinto dal governo. Oggi il nuovo Stato ha eletto un governatore chavista e otto deputati, nonostante le minacce di ritorsioni e di arresti per chiunque fosse andato a votare da parte del governo della Guyana. Lo stesso governo che, con un chiaro segnale di vassallaggio ed una buona dose di provocazione, ha permesso alla multinazionale Exxon Mobil di estrarre petrolio nella zona contesa con il Venezuela, ed alla flotta del Comando Sur statunitense di essere presente a protezione delle perforazioni illegali.

Il voto dei popoli nativi

Un capitolo a parte meritano le elezioni dei rappresentanti dei popoli nativi che hanno votato il 1° giugno, con le proprie regole ed usanze e con una alta partecipazione. Si tratta di quasi 170.000 persone censite come tali e con diritto al voto, organizzate in circa 3900 comunità.

Dalla foresta amazzonica fino alle terre ancestrali di Zulia, passando per il delta dell’Orinoco, i popoli nativi si sono mobilitati per eleggere tre deputati all’Assemblea Nazionale e nove ai parlamenti degli Stati di Amazonas, Apure, Anzoategui, Bolivar, Amacuro, Monagas, Sucre, Zulia e Guayana Esequiba. I loro colori e la loro determinazione sono stati al centro della scena elettorale dei nove Stati venezuelani durante un giorno in cui hanno eletto i propri rappresentanti.

Come riconosce la Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, queste elezioni si sono svolte in conformità con le tradizioni e le usanze di ogni popolo. L’articolo 125 della Costituzione garantisce i diritti dei popoli indigeni, comprese le loro forme di organizzazione sociale e politica e le loro conoscenze ancestrali. Un processo democratico che riflette la volontà delle comunità e rafforza l’identità e l’autonomia dei popoli originari. Al tempo stesso, riafferma l’impegno del Venezuela per l’inclusione e il rispetto della diversità culturale e politica dei suoi popoli nativi.

Perché vince il chavismo ?

Innanzitutto, per l’organizzazione capillare e unitaria del PSUV e dei suoi alleati politici: dal settore maggioritario del Partito comunista (a differenza di quello che da diverso tempo si è alleato con l’estrema destra) che è il secondo partito più votato della coalizione, ai Tupamaros, da Patria para todos (PPT), all’ Unidad Popular Venezolana (Upv), il partito della scomparsa Lina Ron ed altri.

Ma al di là dei partiti, alla vittoria elettorale hanno dato un contributo decisivo le organizzazioni di massa del chavismo, a partire da quelle di strada e di quartiere, come le cosiddette Unità di Battaglia Bolívar e Chávez (UBCH). Decisivo è stato anche l’apporto dal basso delle strutture sociali dei territori, in particolare dei Circuiti Comunali e dei Comitati locali di somministrazione e produzione (CLAP), oltre alle cosiddette Missioni (programmi settoriali a livello nazionale), che insieme al Gran Polo Patriottico, in questi mesi si sono mobilitate in tutto il vasto territorio.

Allo stesso tempo, le forze bolivariane hanno saputo presentare una proposta di governo organica, sia nei territori che a livello nazionale. Una proposta unitaria, nonostante il forte dibattito interno, che rappresenta comunque un segnale di vitalità del processo partecipativo. Una proposta che ha suscitato molte aspettative, discussa insieme ai parlamentari in migliaia di assemblee popolari, basata su 7 assi di grandi trasformazioni del Paese (1).

Tra i processi partecipativi realizzati questo anno, ci sono state anche le tre consultazioni popolari sui “bilanci partecipativi” per quanto riguarda i progetti territoriali, ed altre due si svolgeranno entro la fine dell’anno.

Una distanza siderale dal vuoto di proposta delle opposizioni “vende-patria”, che non hanno la capacità di essere convincenti come alternativa, vista le loro trite ricette di privatizzazioni neo-liberiste, scritte sotto dettatura di Washington. Disposte come sono a consegnare il Paese agli Stati Uniti, a cambio di un riconoscimento politico e di qualche briciola in prebende. Il caso paradigmatico è quello della farsa del “presidente auto-proclamato” Juan Guaidò, grazie al quale i moderni pirati di Washington si sono impadroniti di importanti assets venezuelani come l’impresa di distribuzione petrolifera CITGO ed altri.

Da ultimo, non certo per importanza, nelle scorse settimane l’amministrazione Trump ha deciso di deportare molti migranti venezuelani, sequestrati negli Stati Uniti e inviati in El Salvador a cambio di lauti pagamenti al regime di Bukele. Un tentativo di risolvere il tema migratorio con la “vendita dei migranti” e l’esternalizzazione verso Paesi terzi, una recente “moda internazionale”, che ha messo sotto i riflettori anche l’Italia del governo Meloni ed il caso Albania. Le deportazioni hanno suscitato un’ondata di sdegno in Venezuela, hanno squadernato le contraddizioni delle opposizioni e le hanno messe in difficoltà.

Un giardino di rose e fiori ?

Come sempre, l’esperienza venezuelana non è un giardino di rose e fiori, né il paradiso in terra e sono molti i problemi da risolvere. Il processo del socialismo bolivariano è da sempre un laboratorio per la costruzione di una società con la “maggiore somma di felicità, la maggiore sicurezza sociale e la maggiore stabilità politica possibile” (Simón Bolívar dixit). Si tratta di un processo con caratteristiche proprie, contraddittorie, come tutti i processi veri, fatti di persone in carne ed ossa. Un cambiamento che bisogna analizzare con i suoi problemi, nella sua realtà concreta, lontani dal miraggio della democrazia rappresentativa e dalle malattie dell’euro-centrismo che contagiano anche tanta parte delle sinistre occidentali.

C’è un dato che pesa come un macigno e che viene ignorato strumentalmente dall’artiglieria mediatica del mainstream internazionale. Sin dalla prima vittoria elettorale del comandante Hugo Chávez e ora con il governo del Presidente Nicolás Maduro, il processo venezolano ha subito gli attacchi incessanti di una guerra multiforme, fatta di blocco economico, attacchi diplomatici, terrorismo violento e aggressive campagne mediatiche internazionali. Sia dagli Stati Uniti, che dai settori e dai governi più reazionari dell’Unione Europea, impegnati a voler affondare l’esperienza bolivariana per dimostrare che non ci sono alternative al capitalismo.

Nonostante ciò, il 25 maggio scorso la maggioranza degli elettori e delle elettrici ha confermato la vocazione di pace e la volontà di proseguire il processo di trasformazione del Paese. Un voto che respinge al mittente le trame golpiste dell’imperialismo statunitense e del fascismo internazionale e conferma la volontà del popolo venezuelano di costruire il proprio destino.

Come sosteneva il compianto dirigente rivoluzionario venezuelano Alí Rodriguez, la sfida che ha davanti a sé il processo bolivariano è quella di passare da un capitalismo di Stato redistributivo ad una transizione in senso socialista. Un importante banco di prova sul versante legislativo sarà la proposta di riforma costituzionale, che il governo ha detto voler presentare al nuovo parlamento che si insedierà il 5 gennaio del 2026. Una riforma che punta a rafforzare il potere popolare dal basso delle Comunas, embrioni di governo comunitario e territoriale, nonché l’esperienza di “democrazia partecipativa e protagonista”.

Nel frattempo, il Venezuela è stato eletto per la seconda volta alla vice-presidenza dell’Assemblea Generale dell’ONU.

 (1) https://vocesdelsur.prensa-latina.cu/estas-son-las-7-transformaciones-que-propone-maduro-en-su-plan-de-gobierno/

 

di MARCO CONSOLO

FONTE: https://marcoconsolo.altervista.org/il-chavismo-vince-di-nuovo-in-venezuela/

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ELEZIONI IN VENEZUELA: SPERO CHE ANCHE PER L'ITALIA SUONI PRESTO L'ORA DELLA DIGNITA' NAZIONALE

VENFMdi Fabio Marcelli

Mi trovo al momento in Venezuela, per la quinta volta in meno di un anno, per monitorare gli sviluppi della situazione e incontrarmi con numerosi militanti e dirigenti popolari provenienti da tutto il resto del mondo, la cui presenza consacra Caracas come capitale mondiale dell’antifascismo, in un momento del quale di antifascismo c’è più che mai bisogno, un po’ dappertutto nel mondo ma specialmente da noi in Italia.

Questa visita è stata caratterizzata dalle elezioni che si sono svolte domenica scorsa e hanno visto il travolgente successo del Partito Socialista Unito del Venezuela, del Gran Polo Patriotico e del Presidente Maduro, che era stato confermato dalle elezioni presidenziali di fine luglio. Lo schieramento in questione ha ottenuto infatti l’82% dei voti alle elezioni (sul totale dei votanti, ossia il 42% degli aventi diritto secondo il Consiglio nazionale elettorale, dato che ho potuto constatare personalmente come veritiero nei seggi che ho visitato, mentre l’opposizione ritiene che solo il 12,5% si sia recato alle urne) per il rinnovo totale dell’Assemblea nazionale e ben 23 governatori su 24. Un elemento importante è stata la partecipazione, per la prima volta, della popolazione della Guinea Esequiba, il territorio ricco di risorse al confine con la Guyana, su cui da tempo gravano le pretese della società multinazionale Exxon Mobil e che il governo Maduro e un referendum popolare svoltosi di recente considerano parte del Venezuela.

Si tratta di vicenda alquanto emblematica perché mette in evidenza la contraddizione tra imprese e popoli, che costituisce un punto nodale dell’attuale dibattito sulla democrazia a tutti i livelli. La svendita dei poteri sovrani ai privati distrugge ogni possibilità dei popoli di contare nelle scelte che vengono effettuate. Il prevalere degli interessi delle aziende produce effetti nefasti. Per favorire quelli del complesso militare-industriale si sperperano risorse in strumenti distruttivi e si aumenta il rischio di una catastrofica conflagrazione bellica. Per favorire quelli dell’energia fossile si continua a ritardare l’adozione di misure efficaci contro il riscaldamento globale. E così via.

La liquidazione dell’interesse pubblico è oggi alla base della crisi, probabilmente irreversibile, dell’Unione europea, così come dell’ascesa in tutto l’Occidente capitalistico di razzismo, fascismo, sionismo e altri fenomeni deteriori che, insieme a guerra e devastazione ambientale, minacciano di liquidare a breve almeno tre millenni di storia e di civiltà umana.

La posta in gioco è quindi altissima, dato che ne va del nostro futuro come specie e del destino delle giovani e future generazioni. Oggi più che mai si ripropone il fatale dilemma fra socialismo e barbarie, enunciato oltre un secolo fa da Rosa Luxemburg. Da questo punto di vista l’esperienza che sta realizzando il socialismo bolivariano da oltre 25 anni è davvero molto preziosa, dato che è riuscito a sottrarre un Paese ricco di risorse alle grinfie dell’imperialismo statunitense, delle imprese multinazionali e della corrotta e avida oligarchia locale, oggi rappresentata da un personaggio fortemente squalificato, ma fino a poco tempo fa osannato dalla stampa internazionale, come Maria Corinna Machado, grande amica e seguace di Trump, Bolsonaro, Milei, Netanyahu e simili.

Il seguito di quest’ultima in Venezuela è ridotto davvero al lumicino, come dimostra l’esito delle elezioni di domenica scorsa. Le destre venezolane hanno agitato a lungo lo spauracchio della guerra civile e dell’intervento esterno, organizzando l’eliminazione dei quadri chavisti (47 vittime lo scorso luglio dopo la vittoria di Maduro alle presidenziali) e tentando azioni terroristiche fino a pochi giorni fa; ma la rete terroristica dell’estrema destra è stata fortunatamente smantellata dai servizi venezolani.

Anche in Italia il governo, per quanto espressione di forze di destra, ma anche lo stesso Pd, che continuano a parlare in modo insensato di Maduro come un dittatore, devono aprire gli occhi sulla realtà e capire fino in fondo che il popolo venezolano ha scelto il Gran Polo Patriotico perché vuole pace, stabilità, sviluppo e democrazia. Strana dittatura del resto quella che nel corso di 25 anni ha praticato il più intenso ricorso alle elezioni rappresentative che la storia ricordi, e che sperimenta in continuazione nuove forme di democrazia diretta come le Consulte popolari.

Il Venezuela è oggi un Paese che ripudia fortemente il fascismo e la violenza, che pure hanno tentato più volte di avvelenarne l’esistenza durante gli ultimi anni e che vuole affermare la propria autentica sovranità nazionale e popolare, emancipandosi dal giogo imperialista che ne ha condizionato per troppo tempo le scelte. Inoltre il governo venezolano è impegnato a riscattare i propri cittadini deportati da Trump nelle infami galere salvadoregne, vittime del razzismo del Paese dove pensavano di trovare il paradiso e hanno invece trovato l’inferno.

Oggi il Venezuela punta su un equilibrio internazionale multipolare in cui a ogni popolo sia consentito di essere sovrano in casa propria, senza dover sottostare a diktat altrui, si tratti di Stati o di potentati privati. Ne prenda atto il governo italiano e tutta la nostra classe politica composta più che altro di sottonisti intenti spudoratamente alla cura del proprio particolare e disposti per il resto ad andare a rimorchio di pazzi guerrafondai e criminali genocidi, si chiamino essi Von der Leyen o Netanyahu, mettendo a rischio la nostra sicurezza. Anche per l’Italia suonerà presto, si spera, l’ora della dignità nazionale e della tutela degli interessi del popolo.

di Fabio Marcelli

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/05/28/elezioni-venezuela-maduro/8004493/

 

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